mercoledì 18 novembre 2015

IAMX: "Ho messo in musica la depressione per salvarmi e aiutare gli altri"

L'artista inglese, che ha pubblicato di recente l'album "Metanoia", arriva in Italia per un'unica data a Milano, il 19 novembre.
Si intitola "Metanoia" il sesto album di IAMX, artista di culto della scena elettro-rock. Un album importante per lui perché arriva al termine di un periodo travagliato a livello personale, che lo ha portato a un passo dall'abbandonare la musica. "Per due anni ho conosciuto dolore e depressione, oggi ho ripreso ad amare la musica - spiega a Tgcom24 -. E ho voluto parlare di temi di cui si parla troppo poco".Metanoia, dal greco "cambiare pensiero".

IAMX
Chris Corner, compositore, produttore, poli strumentista e video-artist londinese, già membro degli Sneaker Pimps, ha davvero cambiato pensiero. E con esso stile di vita. Un cambio necessario per sopravvivere prima e continuare a fare l'artista poi. Il nuovo album è il suo lavoro più intimo ed espressivo, e attraverso le sue classiche sonorità synth-rock, tra bagliori dance e ballate emotive, affronta senza mezzi termini tematiche controverse riguardanti l'amore, la morte, le dipendenze, la decadenza e l'identità di genere. IAMX arriva in Italia per una data unica, al Lo-Fi di Milano, il 19 novembre.

Questo è un album che nasce da un momento molto difficile...
Circa due anni e mezzo fa mi sono ammalato gravemente. Sono caduto in una depressione fortissima e ho smesso di lavorare e di fare musica. Per circa due anni ho vissuto nella paura e in quel periodo ho iniziato a guardare la musica come un nemico dal quale difendermi: pensavo che fosse lei a provarmi psicologicamente, che mi colpisse troppo a livello emotivo. Non volevo pensare o scrivere di queste cose.

Come ne sei uscito?
Con la calma. Ho fatto molta terapia ed è stata di grande aiuto. Così ho iniziato a cercare di rialzarmi. Non posso ancora dire di esserne uscito ma ho ripreso a pensare di poter fare musica di nuovo. E ho voluto scrivere di quanto ho vissuto in questo periodo: volevo parlare di sanità mentale e di malattia mentale, di depressione. Nella vita di tutti i giorni non si parla abbastanza di queste cose e ho sentito che potevo metterle in un disco molto personale, che sarebbe stato di aiuto per me ma anche per altri. E' stato un processo veramente terapeutico.

Il tuo approccio alla musica è cambiato rispetto a come eri prima di stare male?
Si. Quando stavo male c'è stato un momento in cui facevo domande su tutto, dal perché facevo musica alle classiche questioni esistenzialiste sull'essere al mondo. Poi ho capito che facevo questo perché volevo aiutare la gente, volevo entrare in connessione con il mondo. Per me è stato un momento speciale perché non avevo mai visto la cosa da questo punto di vista prima di allora e ha cambiato tutto. Mi sono rilassato. Tutto ciò che voglio è aiutare e amare.

La rinascita è passata anche dall'addio a Berlino, dove abitavi dal 2008. Come mai te ne sei andato?
Amo Berlino. E' una città meravigliosa, grande e fonte di ispirazione. Ma credo sia una città di transizione. In realtà sto ancora cercando e guardando avanti. In ogni città in cui ho abitato c'è stata una sorta di luna di miele durata 4 o 5 anni e poi ho sentito che dovevo muovermi. Berlino a un certo punto è diventata per me indissolubilmente legata a certe cose dalle quali dovevo fuggire, persone che mi avvelenavo la vita. Oltretutto d'inverno il tempo era veramente duro da sopportare e io scrivo sempre in inverno. Era pesante. Sentivo che dovevo cambiare tutto...

Faccio fatica a immaginare una città più distante da Berlino di quanto sia Los Angeles...
Con Los Angeles ho avuto a lungo un rapporto molto difficile. Come molti la odiavo, la trovavo finta, di plastica, piena di bugie. Ma alla fine sono arrivato ad amarla perché sotto la superficie ho trovato cose meravigliose, grandi amici... e il sole. Ogni volta che realizzo un disco mi isolo e quindi il posto in cui mi trovo non influenza le mie idee. Certo, se mi trovo bene mi aiuta a rimanere positivo e stabile ma non cambia quello che esce dal mio cuore.

Il tuo stile musicale ha forti riferimenti negli anni 80. Lo ritieni ancora il migliore possibile?
E' quello che mi permette di esprimere tutte le sfumature della mia personalità. In realtà sono interessato in tutti i tipi di musica, Posso anche trovare appagante cantare una canzone solo con una chitarra acustica, ma sarebbe una cosa particolare, che non credo esprimerebbe quello che sono veramente. Nel synth-rock c'è un'integrazione di ritmi, attenzione ai suoni e scrittura. Sono molto interessato alla musica elettronica e amo la cultura dance e quella dei rave. Questo è il modo migliore per esprimere tutte queste cose, tanto più con un attitudine malinconica. Oltretutto questa è una decisione anche pratica.

In che senso?
Io lavoro da solo e la musica elettronica mi permette di fare con una macchina, una persona e una stanza molte più cose di quelle che potrei fare con altre persone.

Come mai non utilizzi altri musicisti anche in studio?
Sono due dimensioni diverse del mio progetto musicale. Mi piace il momento live perché mi permette di entrare in contatto con la gente, divertirmi ed esprimermi in maniera diversa dal disco. Quando suoni dal vivo ovviamente la gente vuole ascoltare la musica ma anche vedere chi sei. E questo dà modo di esprimere la mia personalità attraverso la mia teatralità. Saltare, ballare, tutte cose che non posso fare in studio. E' un'esperienza liberatoria e appagante. Inoltre ho una band perché ci sono cose che non posso affrontare da solo, non voglio essere da solo sul palco, non mi piace, mi sento solo.

Cosa significa per te essere contemporanei?
Credo che la contemporaneità sia una condizione mentale. Si possono realizzare anche dischi jazz nello stile di Miles Davis e farli suonare straordinariamente contemporanei e moderni. La musica contemporanea è un'attitudine. Credo la gente confonda ciò che è contemporaneo con ciò che è di moda, e io sono sempre stato contro le mode: se pensi a queste cose non potrai mai esprimere quello che sei.

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